COMPATRONA
    Discorso di S. Ecc.za Mons. Ottorino Pietro Alberti, tenuto il 29 settembre 2001, in occasione della proclamazione di Santa Greca quale Compatrona di Decimomannu.

    Siamo qui riuniti, sorelle e fratelli carissimi, per ricordare, onorare e venerare Santa Greca, vergine e martire, e dare così continuità alla tradizione che ha visto, attraverso i secoli, i vostri antenati e migliaia e migliaia di pellegrini provenienti da tante parti della Sardegna, recarsi in questo santuario per invocarne il suo patrocinio e ringraziarla delle grazie che, per sua intercessione, il Signore ha loro accordato e delle quali resta ancora ai nostri occhi una preziosa documentazione.

     Secondo gli insegnamenti della Chiesa a riguardo del culto dei Santi, la gloria che noi possiamo dar loro consiste nel far conoscere la loro vita, le loro opere e i loro meriti, al fine di essere in condizione di esprimere in forma valida la devozione che ad essi ci lega.  La vera devozione, infatti, è: la ferma e decisa volontà di mettersi al servizio di Dio e dei fratelli secondo l’esempio del Santo che si intende onorare.

     Quindi, nel rispetto delle norme della Chiesa, dovrei parlare della vita di Santa Greca, ma poco o niente si sa della vita, peraltro breve (è morta all’età di 20 anni), da lei vissuta prima del martirio.  Del resto poco importa sapere del come ha trascorso l’esistenza terrena e delle opere da lei compiute perché il solo fatto che è morta martire, cioè per amore di Cristo, è la prova più bella e più perfetta della sua singolare santità.

     Nel corso di una omelia per la festa di Santa Agnese, il vescovo Sant’Ambrogio, resosi conto che tutto ciò che aveva già detto per esaltare la martire non era sufficiente e non lo soddisfaceva così disse: l’ho detta martire e ho predicato abbastanza.

     Tanto ripeto per Santa Greca: la dico martire e tanto basta a esaltarne la singolare grandezza, vale a dire la sua santità che costituisce appunto la ragione per la quale è giusto e doveroso onorarla e a proporci di far tesoro del messaggio che ha affidato alla sua eroica testimonianza di fede.

     A questo punto, in una ordinaria omelia avrei dovuto richiamare l’attenzione dei fedeli, cioè di voi che mi ascoltate, per invitarvi ad una riflessione sul valor e sull’importanza delle fede, il primo grande dono che il Signore ci ha accordato col santo battesimo.  Tuttavia, in questo nostro incontro che è una celebrazione liturgica, mi soffermerò brevemente a darvi alcune su santa Greca, che ritengo quanto mai utili per superare lo sconcerto, per non dire l’indignazione da voi provata nei mesi scorsi nel venire a sapere della pubblicazione del libro nel quale veniva messo il dubbio l’esistenza della martire Greca.

     In una preziosa enciclopedia, conosciuta come Biblioteca Sactorum, sotto la voce Greca Santa, martire, si legge: Molto probabilmente il nome e il culto di Greca dipendono da un’iscrizione del IV-V sec, che fu scoperta a Decimomannu alla fine del cinquecento.  In questa epigrafe il nome Greca è preceduto dalle lettere B.M., che furono interpretate Beata Martyr, ma questa tesi non fu accettata da illustri studiosi che pure avevano giudicata autentica questa lapide.

     Ora, anche se le lettere B.M. non vanno lette come B(eata) M(artyr) ma B(ona) M(emoriae) o B(ene) M(erenti), il fatto che a una giovane di 20 anni sia stata riservata una sepoltura importante è la prova che si trattava di una persona circondata da stima e ammirazione e non per opere realizzate, ma per la sua virtù e, perché no!, per la sua fede eroica.

     Comunque, dopo la scoperta di questa lapide, l’arcivescovo Francesco l’Esquivel, nel 1618, inserì il nome di Greca nel calendario diocesano.
  Indubbiamente questo riconoscimento contribuì alla diffusione del suo culto in moltissimi paesi della Sardegna, ma è da respingere la tesi secondo la quale tale devozione abbia avuto inizio solo dopo l’iniziativa presa dall’arcivescovo.

     Infatti, già nel secolo XI era stata edificata, a Decimomannu, sull’area di una necropoli paleocristiana, una chiesetta a lei dedicata, ma non è improbabile che sostituisse una chiesetta ancora più antica.

     Oltre a ciò, a provare l’antichità del culto di santa Greca esistono documenti che fanno memoria di Lei in tempi ancor più remoti. Il suo nome si trova in un volume della Collettoria del Vaticano, dove sono state registrate le decime da versare alla Santa Sede, raccolte in Sardegna negli anni 1346-1350.
    
    La si ricorda, inoltre, in un testamento di Raimondo, vescovo sulcitano, del 21 gennaio 1359, custodito nell’Archivio Vaticano; ed ancora, in un documento del 1363, conservato nell’Archivio di Stato di Cagliari. Ebbene in questi documenti viene ricordato il Monastero di Santa Greca esistente in Decimomannu.

     È vero che in questi scritti al nome Greca non si trova aggiunta la qualifica di martire, ma ciò non giustifica affatto la tesi secondo la quale il monastero abbia preso il nome di Greca al ricordo di una Greca che di tale cenobio era stata abbadessa o, comunque, una monaca di singolari virtù, tanto da essere considerata una Santa. Prova ne sia la scoperta di un documento, stando il quale si viene a sapere che nel 1413 l’arcivescovo di Cagliari Antonio Dexart nominò una nobildonna valenzana abbadessa in monasterio et ecclesiae sanctae Grecae martyris in villa de Decimo; ne consegue che la tradizione locale più antica conosceva esplicitamente Greca in qualità di martire.

     I monasteri medioevali sorgevano quasi sempre a custodia di sepolture di santi; tanto è vero che i monaci Vittoriani, a partire proprio dall’XI secolo, cercarono di accaparrarsi tutti i principali santuari martoriali della Sardegna meridionale (s. Saturnino a Cagliari, s. Efisio a Nora, s. Antioco nel Sulcis)

     Nel tardo medioevo, per motivi sconosciuti, il monastero di S. Greca di Decimomannu fu abbandonato e la chiesa cadde in rovina.  Verso il 1560 l’arcivescovo Antonio Parraguez de Castellejo ordinò che la chiesa fosse restaurata, e durante i lavori tra le macerie fu ritrovata un’epigrafe marmorea contenente il nome di Greca.  Per motivi di sicurezza l’epigrafe fu portata in una chiesa vicina. Solo a restauri conclusi, il nuovo arcivescovo Francisco del Val, verso il 1590, ordinò che l’epigrafe fosse riportata nella chiesa da cui proveniva.

     Come ho già ricordato, nel 1618 l’arcivescovo Francesco l’Esquivel, riordinando il calendario liturgico della diocesi, sulla base della tradizione e dell’epigrafe, inserì tra le feste dei santi anche quella della martire Greca.

     Nel 1624 il cappuccino Serafino Esquirro, diretto collaboratore di mons. Desquivel, pubblicò il testo dell’epigrafe e annunciò che presto sarebbero stati effettuati gli scavi alla ricerca delle relative reliquie; ma questi lavoridi scavo poterono avere inizio solo nel 1633, sotto l’episcopato di mons. Ambrogio Machin de Aquena.

     Essendosi scavato l’intero pavimento della Chiesa, si trovò una sola tomba verso il centro dell’aula sul lato sinistro.  Si trattava di un cassone in pietra coperto da pesanti lastroni, che conteneva uno scheletro femminile: per esclusione fu ritenuta la tomba di santa Greca.

    Le reliquie furono divise in due parti: una fu lasciata a Decimomannu e conservata dell’altare maggiore della chiesa parrocchiale; l’altra fu portata a Cagliari per essere custodita nel Santuario dei Martiri, sotto l’altare maggiore della Cattedrale.

     Il tempo entro il quale si deve tenere un’omelia non mi permette di entrare nei dettagli (mi auguro che lo si possa fare in altra occasione), tuttavia non voglio tacere su alcuni interventi espliciti della Santa Sede a proposito del culto di Santa Greca.

     Nel 1882 il suo nome, assieme a tanti altri santi sardi, fu tolto dal Calendario Diocesano per volontà della Sacra Congregazione dei Riti, ma l’anno appresso (1883), la Sacra Congregazione a nome di papa Leone XIII ordinava che nell’elenco delle feste, tra i nomi venerati con culto locale venisse reinserito anche quello di Santa Greca, con la qualifica di martire.  Un altro intervento della stessa Sacra Congregazione si ebbe quando, con decreto del 15 maggio 1914, fu estesa a tutta la Sardegna l’ufficiatura dei Martiri Cagliaritani, tra i quali è ricordata Santa Greca.

     A parte questi richiami, per difendere la storicità della martire Greca si dimostra di estrema importanza il riferimento a quanto la Chiesa insegna a proposito della TRADIZIONE.

     La Tradizione può essere definita: trasmissione di una notizia, di una dottrina, di una prassi dagli antichi fino a noi. Quanto alle tradizioni sacre cristiane vanno distinte quelle divine o divino-apostoliche che derivano da Cristo o dagli Apostoli, e quelle umane che possono essere apostoliche o solamente ecclesiastiche, secondo che derivano dagli Apostoli e dall’autorità religiosa (papa, vescovi), e meritano una fede ecclesiastica.

    C’è da tener presente che la Tradizione ha valore anche quando non è legata agli scritti, che devono essere considerati un mezzo sussidiario della tradizione orale. La viva voce della Chiesa di oggi è più sicura garanzia d qualsiasi scritto: la tradizione è di tutti i secoli e non si interrompe mai.

     La Chiesa riconosce come documenti o monumenti della fede le credenze religiose dei fedeli (riti, cerimonie, usi vari liturgici o paraliturgici) anche per quanto riguarda la devozione dei Santi, per il fatto che considera il sensus christianus un eccellente strumento di conservazione, di trasmissione e di penetrazione delle verità rivelate, dei fatti che sono il tessuto della sua Storia e delle persone che ne sono state singolari protagonisti, primi fra tutti i Santi.

     Anche il sentire dei fedeli è: uno spontaneo impulso affettivo del popolo cristiano, resta vero che le sue ultime radici sono da vedere in un piano soprannaturale. È sotto l’influsso della fede e dei doni dello Spirito santo, con il controllo del magistero, che i fedeli aderiscono a determinate verità, interessando ad esse la Chiesa docente.

    Veramente: Voce di popolo è voce di Dio!

     Da ciò il dovere di rispettare la tradizione plurisecolare che vede in
     S. Greca una martire.

     A conclusione di questa mia omelia, dico a voi, sperando che altri ne vengano a conoscenza, che gli storiografi che intendono fare gli agiografi non possono ignorare che a guidarli nel loro lavoro è doveroso che rispettino l’ordinaria metodologia storica, e non possono permettersi di non tenere nel dovuto conto che l’oggetto delle loro ricerche e dei loro studi è una persona, il cui ricordo non è legato ad avvenimenti e individui tanto importanti da meritar loro una memoria nella grande Storia, bensì creature, umili e semplici, la cui grandezza consiste nell’aver immolato la loro esistenza per testimoniare nel modo più perfetto il loro amore a Cristo e ai fratelli, cioè: immolare la propria vita.

     Ed ora, in virtù della mia potestà di vescovo di Cagliari dichiaro
     Santa Greca compatrona della Parrocchia di Sant’Antonio abate
     in Decimomannu.